Gennaio viene sempre raccontato come un inizio.
Nuovi propositi, nuovi obiettivi, nuova energia.
Eppure, nel mio lavoro clinico, gennaio è spesso tutt’altro: è un mese fragile, silenzioso, a volte scomodo.
Un tempo in cui ciò che abbiamo evitato durante l’anno torna a farsi sentire.
Per molte persone non è il mese della ripartenza,
ma quello in cui non si riesce più a scappare.
Il mito della ripartenza
Culturalmente siamo abituati a pensare che il cambiamento avvenga per decisione:
“Da lunedì cambio”,
“Da gennaio mi rimetto in carreggiata”.
La psicologia però ci racconta qualcosa di diverso.
Numerose ricerche sul cambiamento comportamentale mostrano che la volontà, da sola, non basta. Non perché siamo deboli, ma perché il nostro funzionamento è molto più profondo. Studi sulla self-regulation e sull’habit change (Baumeister & Vohs, 2007; Prochaska & DiClemente, 1983) mostrano come il cambiamento non sia un atto di forza, ma un processo che coinvolge motivazioni profonde, emozioni e sicurezza interna.
Gran parte delle nostre scelte è guidata da processi inconsci, da schemi appresi, da modalità di regolazione emotiva che hanno una funzione: proteggerci, farci sentire al sicuro, evitare il dolore.
Ecco perché a gennaio, quando il rumore delle feste si spegne,
quello che emerge non è l’entusiasmo, ma il vuoto.
O la stanchezza.
O una sottile inquietudine.

Quando non è pigrizia, ma evitamento
Molte persone arrivano in terapia dicendo:
“Non ho voglia di fare nulla”
“Mi sento bloccato”
“Sono pigro”.
Ma molto spesso non è pigrizia.
È evitamento.
In psicologia l’evitamento è una strategia:
serve a non entrare in contatto con emozioni difficili — paura, tristezza, senso di inadeguatezza, fallimento. L’evitamento è ampiamente descritto nei modelli cognitivo-comportamentali e nell’Acceptance and Commitment Therapy (Hayes et al., 1999) come una risposta naturale al dolore emotivo, che però, nel lungo periodo, mantiene la sofferenza.
Restare fermi, rimandare, non scegliere, è spesso un modo per non sentire.
Gennaio diventa allora uno specchio crudele: non puoi più attribuire tutto al caos, agli impegni, alle feste.
Rimani tu, e quello che provi.
Autosabotaggio: quando restare fermi sembra più sicuro
Molti dei comportamenti che chiamiamo autosabotaggio non sono atti di autolesionismo,
ma tentativi — inconsapevoli — di mantenere un equilibrio interno.
La ricerca clinica mostra come gli esseri umani tendano a ripetere schemi familiari, anche quando fanno male.
Non perché li desiderino, ma perché sono conosciuti. La letteratura sugli schemi relazionali e sull’attaccamento (Bowlby, 1969; Young et al., 2003) evidenzia come ciò che è conosciuto venga spesso preferito a ciò che è sano.
Cambiare significa esporsi all’ignoto.
E l’ignoto, per il nostro sistema nervoso, è spesso più spaventoso del dolore noto.
Ecco perché:
- restiamo in relazioni che non ci nutrono
- rimaniamo in lavori che non sentiamo nostri
- rimandiamo scelte importanti
Non perché stiamo bene, ma perché abbiamo imparato a stare lì.

Gennaio come spazio di verità
Se smettiamo di chiedere a gennaio di “farci ripartire”, forse può diventare qualcos’altro.
Uno spazio di ascolto.
Un tempo in cui osservare dove stiamo scappando.
La psicologia non parla di cambiamento come di uno slancio improvviso, ma come di un processo che inizia dalla consapevolezza.
Carl Gustav Jung scriveva che ciò che non viene portato alla coscienza continua ad agire nell’ombra, dirigendo la nostra vita.
In questo senso gennaio non è il mese in cui fare di più, ma quello in cui guardare meglio.
Una domanda diversa
Invece di chiederti:
“Cosa devo cambiare quest’anno?”
Prova a chiederti:
“Cosa sto evitando?”
“Cosa continuo a rimandare per paura?”
“In quale punto della mia vita resto fermo per sentirmi al sicuro?”
Non sono domande motivazionali.
Sono domande oneste.
E spesso il cambiamento vero nasce proprio lì, non quando ci imponiamo di essere diversi, ma quando iniziamo a capirci.

Il cambiamento non è uno sforzo, è un contatto
Le ricerche sulla regolazione emotiva e sull’attaccamento mostrano che le persone cambiano non quando si forzano, ma quando si sentono al sicuro abbastanza da esplorare.
Il lavoro terapeutico — e il lavoro su di sé — non serve a diventare qualcuno di nuovo.
Serve a smettere di tradirsi.
Gennaio può essere questo:
non una corsa in avanti, ma un momento di verità.
Conclusione
Se questo mese ti senti stanco, confuso, o in ritardo, forse non c’è nulla di sbagliato in te.
Forse gennaio non ti sta chiedendo di fare di più, ma di guardare meglio.
Di riconoscere dove resti fermo per proteggerti.
Di accorgerti di dove stai scappando per paura.
In psicologia, il cambiamento non nasce dalla pressione, ma dal contatto.
E quando smettiamo di scappare da ciò che sentiamo, qualcosa inizia già a muoversi.
Non perché siamo pronti, ma perché finalmente siamo presenti.
Puoi chiamarmi o contattarmi in chat Whatsapp al 388 420 70 48 o scrivermi all’indirizzo mail studio@laurazanpsicologa.it per chiedere una consulenza!

